La parola talento etimologicamente fa riferimento al concetto di "peso", diventando col tempo un'unità di misura di massa e quindi una moneta, poiché nell'antichità si era soliti pesare le monete.
I talenti diventano protagonisti anche nella Bibbia, che dedica loro una celeberrima parabola: è qui che la parola talento assume il significato corrente, ossia capacità o predisposizione a far bene qualcosa.
In epoca cristiana, fino al 1400 dell’Era Volgare, la parola talento cadde in disuso a causa del regime "prega, produci, consuma, crepa" (con netta sproporzione verso il prega ed il crepa) che sostanzialmente tolse alla gente non solo la possibilità, ma anche la voglia di parlare d'arte; gli storici moderni rendono comunque al medioevo il merito della totale assenza di critici sui quotidiani dell'epoca.
Col Rinascimento le cose cambiarono: l'avvento di personalità quali Leonardo da Vinci e soprattutto Sandro Botticelli, che alcune cronache descrissero come "il Pete Doherty del XV secolo", ridiede lustro alla parola talento. Da allora fu un climax: grazie a Hieronymus Bosch, a Raffaello Sanzio, a Buonarroti e a Cristoforo Colombo (che al talento unì una buona dose di culo) le riviste settoriali si riempirono di dotti barbuti ed impettiti che cercavano di giudicare le opere di tali eminenti personaggi. Dove però le penne non arrivavano, vista la magnificenza delle opere dell’epoca, arrivava concetto astratto di talento, l'equivalente del verbo puffare per la critica. Iniziò a delinearsi un primo aspetto fondamentale del talento: il talento di un artista è inversamente proporzionale alla bravura del critico.
Passarono i secoli e, come nella parabola della Bibbia, i talenti si moltiplicarono: Lutero ("rivoluzionario di talento"), Casanova ("puttaniere di talento"), Bach, che alcune cronache descrissero come "il Giovanni Allevi del XVIII secolo", fino ad arrivare a Friedrich Nietzsche, il precursore del talento moderno. Nietzsche fu snobbato dalla critica finché non si bevve il cervello e postuma arrivò la consacrazione a Grande Talento, come risposta alla domanda: "Cazzo voleva dire?".
E fu così che si palesò il secondo tratto distintivo del talento: il talento è direttamente proporzionale ai veri (o presunti) eccessi del soggetto in questione, a cui segue il corollario che più si muore giovani, più si è stati talentuosi.
Il XX secolo è stato l'apoteosi del talento, offrendo a penne di vario tipo la possibilità di estendere il concetto allo sport, al cinema e alle nuove arti figurative. L’arte di concetto ha evidenziato la terza ed ultima legge, per la quale il talento è inversamente proporzionale alla tecnica dell’artista. Si è arrivati così al XXI secolo con un concetto definito di talento, un punto fisso attorno al quale far ruotare quei voli pindarici che allietano i lettori delle riviste di settore, qualunque esso sia.
Ma come si pongono gli artisti nei confronti del talento? Sostanzialmente ci sono due correnti di pensiero: la prima è composta da quei personaggi che ricercano l'etichetta di "talentuoso", ostentando ogni sorta d'eccesso o delle "diversità comportamentali" che distinguano dalla massa.
La seconda, netta minoranza, è costituita da quelli che, vista la fine della maggior parte degli artisti talentuosi, al primo accostamento con la parola talento si fanno una scaramantica grattata di coglioni.
I talenti diventano protagonisti anche nella Bibbia, che dedica loro una celeberrima parabola: è qui che la parola talento assume il significato corrente, ossia capacità o predisposizione a far bene qualcosa.
In epoca cristiana, fino al 1400 dell’Era Volgare, la parola talento cadde in disuso a causa del regime "prega, produci, consuma, crepa" (con netta sproporzione verso il prega ed il crepa) che sostanzialmente tolse alla gente non solo la possibilità, ma anche la voglia di parlare d'arte; gli storici moderni rendono comunque al medioevo il merito della totale assenza di critici sui quotidiani dell'epoca.
Col Rinascimento le cose cambiarono: l'avvento di personalità quali Leonardo da Vinci e soprattutto Sandro Botticelli, che alcune cronache descrissero come "il Pete Doherty del XV secolo", ridiede lustro alla parola talento. Da allora fu un climax: grazie a Hieronymus Bosch, a Raffaello Sanzio, a Buonarroti e a Cristoforo Colombo (che al talento unì una buona dose di culo) le riviste settoriali si riempirono di dotti barbuti ed impettiti che cercavano di giudicare le opere di tali eminenti personaggi. Dove però le penne non arrivavano, vista la magnificenza delle opere dell’epoca, arrivava concetto astratto di talento, l'equivalente del verbo puffare per la critica. Iniziò a delinearsi un primo aspetto fondamentale del talento: il talento di un artista è inversamente proporzionale alla bravura del critico.
Passarono i secoli e, come nella parabola della Bibbia, i talenti si moltiplicarono: Lutero ("rivoluzionario di talento"), Casanova ("puttaniere di talento"), Bach, che alcune cronache descrissero come "il Giovanni Allevi del XVIII secolo", fino ad arrivare a Friedrich Nietzsche, il precursore del talento moderno. Nietzsche fu snobbato dalla critica finché non si bevve il cervello e postuma arrivò la consacrazione a Grande Talento, come risposta alla domanda: "Cazzo voleva dire?".
E fu così che si palesò il secondo tratto distintivo del talento: il talento è direttamente proporzionale ai veri (o presunti) eccessi del soggetto in questione, a cui segue il corollario che più si muore giovani, più si è stati talentuosi.
Il XX secolo è stato l'apoteosi del talento, offrendo a penne di vario tipo la possibilità di estendere il concetto allo sport, al cinema e alle nuove arti figurative. L’arte di concetto ha evidenziato la terza ed ultima legge, per la quale il talento è inversamente proporzionale alla tecnica dell’artista. Si è arrivati così al XXI secolo con un concetto definito di talento, un punto fisso attorno al quale far ruotare quei voli pindarici che allietano i lettori delle riviste di settore, qualunque esso sia.
Ma come si pongono gli artisti nei confronti del talento? Sostanzialmente ci sono due correnti di pensiero: la prima è composta da quei personaggi che ricercano l'etichetta di "talentuoso", ostentando ogni sorta d'eccesso o delle "diversità comportamentali" che distinguano dalla massa.
La seconda, netta minoranza, è costituita da quelli che, vista la fine della maggior parte degli artisti talentuosi, al primo accostamento con la parola talento si fanno una scaramantica grattata di coglioni.







