I pilastri rossi della stazione sono ombre colorate sulla sporcizia bianca dei vetri. Il resto si può solo immaginare, ma io non ne sento troppo il bisogno: la stazione di Bovisa non è il massimo della vita.
Il vecchio treno è fermo, il vagone deserto: dentro sono solo, tra la quotidianità dello scompartimento e l'alienazione del vuoto di un luogo pubblico. Una sensazione che mi piace.
La vibrazione del telefono mi distoglie, io la ignoro e con la mente ripiombo nel vagone.
Sono le 17:30.
Un uomo si affanna per salire sul treno, ma una volta su rimane deluso: le porte non si chiudono alle sue spalle, il treno concederà anche ad altri l'ebrezza di averlo acciuffato al volo, l'illusione di aver colto un'occasione, in un certo senso.
Una voce metallica annuncia a tutti i passeggeri che il treno non partirà causa guasto. Molti tentano di salire comunque, nonostante le urla del capotreno, e mi viene in mente la scena di Animal House con la banda musicale che non si ferma quando arriva in fondo al vicolo cieco. Io scendo dal mio scompartimento, mi siedo su una panchina e mi chiedo quando mi capiterà di nuovo di avere un vagone tutto per me.